Eppure sembrava che fosse finita di Enrico Piscitelli [2° anticipazione]

Una volta anche sua madre ha fatto uno scherzo. Se ne andò. Per giorni interi. Il padre di Luca lo ripeteva di continuo: tua madre ci sta facendo uno scherzo. È solo uno scherzo. Uno scherzo.

Ora le mani di Luca si sono spostate, non coprono più le orecchie, ma stringono le braccia di Michela – che sono attaccate al corpo di Michela, aderiscono perfettamente ai fianchi e alle cosce di Michela – e Luca la sbatte piano, Michela, ma con vigore. È buffo, perché lei, ora, sembra una bambola. Grande, a dimensioni reali.

Quella volta, la volta dello scherzo di sua madre, quando lo scherzo finì, anche suo padre strinse sua madre. Le fece male. Luca aveva otto anni, ma ora, mentre stringe Michela ricorda benissimo la faccia di suo padre, e sua madre che finisce contro un muro, e poi lui sopra di lei, che la riempie di calci. Uno scherzo di merda, fece, sua madre. E suo padre se ne andò, e Luca, da allora, non l’ha mai più visto.

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Eppure sembrava che fosse finita di Enrico Piscitelli [1° anticipazione]

È finita. È finita da tanto. È finita da così tanto tempo che Michela son mesi che si chiede se non sarebbe il caso di farlo sapere anche a Luca. Specie mentre lo abbraccia, e lui si lamenta del lavoro e delle cazzate di sua madre, perché quel cretino di Luca vive ancora con sua madre e lei lo odia, lo odia perché anche lei vive ancora con sua madre e con suo padre, a casa, nella stessa stanza di quando era bambina.

E odia Luca perché è sceso così in basso, ha trasformato il suo mondo, il loro mondo, in un banale conflitto col Mondo intero, roba che manco i tizi della rivista marxista-leninista dell’università erano così banali. E supponenti allo stesso tempo.

«Oggi ho smesso di fumare per mezz’ora», dice Luca, e Michela proprio non ne può più di quell’ironia intelligente, di quel prendersi sul serio, del sorrisino che c’ha, lui, stampato sulla bocca, per quella ironica e intelligente battuta, che nessuno capisce, e che Michela capisce, ma solo perché lui l’ha educata a quella sua ironica, inutile, intelligenza.

Radici di Jacopo Nacci [2° anticipazione]

Il liceo finì e Francesco, diversamente da ciò che sembrava aver deciso quando stava con te, non andò all’università: andò a lavorare nell’azienda di trasporti del padre. Faceva sia il camionista sia il contabile. Da allora lo hai incontrato solo ogni tanto, quando tornavi qui per le feste. Era sempre sorridente, ma era un sorriso in cui non vedevi più la luce, emanava ancora profondità, ma non emanava più potenza. Sapevi che era sposato, che aveva due bambini, che non aveva problemi economici.

Pochi giorni prima che Luca ottenesse il rinnovo del contratto, un’amica del liceo ti ha chiamata al cellulare mentre chiudevi il negozio di intimo per la pausa pranzo: la notte prima, nel parcheggio di un autogrill a cinquecento chilometri da casa, Francesco si era sparato con una pistola fabbricata da lui stesso, e nessuno sapeva perché.

E invece tu, all’improvviso, con le bottiglie di bianco nelle mani, capisci che lo sai, che lo hai sempre saputo, e che è questo tutto ciò che hai sempre cercato di dire a Luca, senza che lui capisse mai. Lo sai perché conosci il sangue gelido della materia, la polvere delle strade sterrate, la spina dorsale che ti tradisce prima dei trentacinque anni, conosci la disperazione delle campagne stuprate dal cemento gettato e poi abbandonato, conosci chi lo spazio mentale per dare un senso alle cose non lo ha mai avuto, e chi non si è più ricordato come prendersi cura di sé e si è lasciato andare, lo sai perché conosci il dolore, gli animali schiacciati dalle macchine sull’asfalto, i sogni dell’adolescenza che muoiono contro i muri del reale, conosci la morte, conosci una poesia disperata che non hai mai saputo dire, la parte di te che non è stata riconosciuta, e non ha trovato un abbraccio.

E adesso, adesso che con il tuo portamento porti il vino dietro a questa colonna di nazisti di merda, di folli schiavisti, dietro questi agenti del nulla, sai che le tue radici ti hanno afferrata e ti hanno trascinata qua perché c’è qualcosa che devi fare o qualcosa che deve succederti.

Radici di Jacopo Nacci [1° anticipazione]

A Villa delle Mimose sei arrivata facendo i catering.
I catering sono una mazzata, a volte si sta svegli per più di quarantott’ore di seguito, si mangia a orari che lo stomaco non riconosce e si fa in tempo a rientrare nel ciclo sonno-veglia convenzionale appena un giorno prima di annichilirlo in una nuova maratona. Nei catering hai conosciuto giovani docili e intelligenti, alcuni gonfi di speranze sul futuro, silenziosi coltivatori di aspirazioni, altri che si sono dimenticati l’idea di futuro, alcuni che amano la vita, altri che si sono dimenticati che la vita c’è; hai conosciuto vecchi che domandano ai giovani se stanno studiando, e quando confessate che sì, studiate, loro decidono che siete arroganti e vi assaltano con una guerra preventiva, dispiegamento di camionette mentali, agenti psichici in tenuta antisommossa che brulicano fuori dal fortino di un complesso di inferiorità che non ha senso e quasi mai referente socio-economico. Poi fumi una sigaretta assieme a loro ed ecco che si aprono, e parlano di tutto, ma le camionette e gli sbirri rimangono fermi ai posti loro assegnati, con scudi e manganelli in ordine.

Hai lavorato nel miglior catering della tua zona: lo dicevi sempre a Luca, e non capiva, ma tu ci tieni ancora a dirlo, anche a te stessa. Hai ammirato i tuoi datori di lavoro, la loro concretezza, la loro professionalità, il loro saperci fare con la gente. Hai trascorso lunghe notti a sbaraccare festini grandi quanto villaggi vacanze accanto a questi padroni di persone, accanto a questi vecchi impauriti da te ma non dall’inquinamento e dalla bruttezza che li circondava, accanto a questi giovani nella grazia della rassegnazione o della convinzione, che si assomigliano, accanto a furgoni parcheggiati nei cortili degli imprenditori appena reduci dagli anni Novanta, la sbornia dei non-luoghi e delle aziende esoterico-piramidali, catene di Sant’Antonio fattesi cemento nudo su paludi, in una terra di nessuno che non è né periferia né campagna, area di cassoni di computer abbandonati e lucertole secche, e ti sembrava di essere l’unica a vedere il contrasto tra i silos e gli alberi delle colline.

Giovanni Arduini, il cui cuore è scoppiato alle Mauritius tre anni fa, era il padrone del catering nel quale hai lavorato per due anni prima della follia con Luca, ed era il fratello di Giorgio Arduini. Quando sei tornata qua fresca di laurea e con una vita da ricominciare hai sperato che Giorgio si ricordasse di te. Si ricordava. Un aggancio è un aggancio è un aggancio è un aggancio quando hai abbandonato l’aria climatizzata del negozio di intimo per tornare all’umido delle cucine, alla polvere delle strade, alla nobiltà della materia.

Inadatto al volo di Ilaria Giannini [2° anticipazione]

«Che vuol dire che non ci può fa’ niente?».
Dall’altro capo del filo, il nonno è così irritante che mi viene voglia di frantumare il cellulare sul marciapiede. Sto andando a casa e la prima pioggia di primavera mi bagna i capelli.
«Che ne so io, Luchì, m’ha detto che gli dispiace ma che lui sta proprio in un altro settore e non ci conosce nessuno in Comune e comunque non gli sono mai piaciute ‘ste cose, le raccomandazioni e lì ho dovuto dargli ragione, eh».
«Ma vi siete tutti messi d’accordo per pigliarmi per il culo? Il tu’ cosiddetto amico t’ha detto una cazzata, sono tutti raccomandati in Comune e vedrai che anche dove sta lui non sarà tanto diversa la musica, eh, solo non c’ha voglia di sbattersi cinque minuti della sua vita per me e lo capisco pure, e scommetto che te hai lasciato subito perde’ eh, ci mancherebbe a insistere, a dare noia».
«Ma che dovevo fa’, precipitarmi a casa sua col fucile? Ascoltami Luchì, lascia perde’ il Comune, trovati un altro lavoro, quella non è roba per noi».
«Oh nonno ma che vuoi che trovi! Dio perbene, non fossi te ti manderei in culo! Posso fa’ di nuovo il cameriere, al massimo dare ripetizioni ai ragazzini, ma che ti credi che in questi anni non abbia mandato curriculum a destra e a sinistra, eh? Ce ne fosse uno che m’ha risposto! Anzi, m’hanno scritto sì, ma dall’estero, vuoi che me ne vada in Germania o in Inghilterra, eh?».
«Per l’amor di dio, Luchì, mi vuoi far mori’ senza rivederti più!».

La pioggia sta aumentando: mi riparo sotto la serranda di un bar ma continuo a bagnarmi le scarpe. Le ho pagate talmente poco che temo potrebbero sfaldarsi adesso, mentre il nonno va avanti col suo melodramma del nipote malvagio, che l’abbandona nel suo letto di dolore, come se non avesse mia madre che va da lui tutti i giorni.
«Certo se il Lucchesi facesse ‘sto sforzo, basterebbe una telefonata, un’allusione velata, guarda andrebbe bene anche una mail che dice: abbiamo una conoscenza comune».
«Oh che è la malle?».
«Lascia perdere nonno, ti invito in Germania, così prima di morire prendi anche l’aereo, eh? Ti garba l’idea?».
«Oh, non fa il bischero, montaci te su quei cosi per aria! Domani mattina lo vado a trova’ e ci parlo, vedrai che in faccia non me lo dice di no, io gli ho salvato la vita quel giorno, ho ammazzato un tedesco che gli stava per spara’, voglio vede’ se lui non alza il telefono!».
«Bravo ma spicciati e fammi sapere!».

Butto il cellulare in fondo alla tasca e mi spingo i pollici contro le palpebre. Ho bisogno di un amaro. Entro nel bar e mi bevo un Cynar, mentre fuori il diluvio s’accanisce contro due palme rovinate dal vento. Io, ‘sta moda delle palme non l’ho mai capita: sono sempre brutte, ridicole lontane dal loro contesto naturale.
Come me: io dovrei insegnare in una scuola, i ragazzi a cui davo ripetizioni mi adoravano, sapevo motivarli, incuriosirli senza fare il finto amico e invece niente. Devo sentirmi dare del fannullone dal Nocera, uno che davvero nella sua vita non ha mai fatto un cazzo, se non approfittarsi delle situazioni: laurea a trentun anni dopo una militanza attiva in formazioni extra-parlamentari, la fama locale, il divertimento e poi la conversione al PCI che subito gli trova un posticino e da lì la scalata, cambiando sempre bandiera secondo dove tirava il vento, diventando il metereologo migliore sulla piazza.
Arrabbiarsi non serve: pago e sono di nuovo sotto la pioggia. Torno a casa. Da Michela.
Nella mia prima sera da disoccupato.

Inadatto al volo di Ilaria Giannini [1° anticipazione]

Io vengo dall’errore, uno solo:
del tutto inadatto al volo.
(Manuel Agnelli, Dentro Marylin)

L’urlo soffocato che mi sveglia all’improvviso puzza di aspirina e detersivo per piatti. È notte fonda e sono riverso in un bagno di sudore, con gli occhi sbarrati sul soffitto, ma almeno sono riuscito a non emettere neanche un suono: Michela dorme ancora accanto a me, rannicchiata sul fianco preferito.
Mi passo le mani sul viso e spingo i pollici contro le palpebre ma non serve: la faccia di Nocera mi incombe ancora addosso, come un presagio di morte. Lui e i suoi occhialetti di plastica da giovane alternativo, glieli farei ingoiare a forza, insieme ai sogghigni nella pausa caffè e alle pacche sulle spalle dopo le riunioni, che riescono sempre a farmi sembrare un pischello anche se c’ho già ventinove anni, di cui gli ultimi cinque spesi alle dipendenze di ‘sto stronzo, che pure in sogno viene a perseguitarmi.

I fari delle macchine di passaggio si riflettono ritmici, contro le persiane della porta finestra: fasci di luce che mi illuminano i piedi e il viso, prima di liquefarsi nel nero della stanza. Mi metto a contarli, sperando di prendere di nuovo sonno, ma è una pia illusione.
Quinta notte in bianco e un altro giorno d’agonia di fronte: la mia angoscia porta la data di scadenza del 31 marzo. La fine del contratto a progetto, della spada di Damocle sopra la testa, delle mie giornate retribuite.
Per allora sarò libero, comunque vadano le cose, e potrò smetterla di esercitarmi in sonno per la maratona nel corridoio dell’ufficio del capo. Dovrei solo abituarmi all’ansia, in fondo ho già superato quattro rinnovi, posso definirmi un veterano del precariato, dovrei stare tranquillo e anzi, a dirla tutta, dovrei già essermi trovato un santo in paradiso che mi togliesse da ‘sta situazione.

Invece ogni volta vado in tilt: mi passa l’appetito, arrivano insonnia e manie di persecuzione, e i sogni, quelli sono l’aspetto peggiore di tutta la vicenda. Stanotte ho guardato il tritadocumenti dell’ufficio che si mangiava lentamente tutta la mia cartellina, la mia patetica storia di dipendente: i contratti, le visite mediche obbligatorie, i certificati dei permessi e l’autorizzazione per un giorno o due di ferie. Li ho visti ridotti a brandelli, mentre Nocera rideva e la Carla si applicava lo smalto trasparente: li ho osservati scomparire nel cestino della carta straccia, mentre il Paolini s’affacciava per domandare una spillatrice, una piccola cortesia, la nostra se l’è fregata la donna delle pulizie – un’altra volta, Paoli’, stateci un po’ più attenti, toccherà istallare le telecamere per scoprire il ladro. E mentre il ronzio del tritadocumenti sommergeva la mia voce, stanotte, mi sono sentito dare del bugiardo al collega: ruberesti anche la fotocopiatrice se non l’avessero imbullonata al pavimento!
Ho urlato così tanto da ritrovarmi sveglio, con la bocca spalancata e muta contro il lenzuolo. Meno male che di colpo il sonno mi cala addosso pietoso, mi avvolge nelle sue spire, mi tiene un altro po’ con sé, prima di consegnarmi a un nuovo giorno.
Sono le sette del 30 marzo. Mi restano 48 ore.