Inadatto al volo di Ilaria Giannini [1° anticipazione]

Io vengo dall’errore, uno solo:
del tutto inadatto al volo.
(Manuel Agnelli, Dentro Marylin)

L’urlo soffocato che mi sveglia all’improvviso puzza di aspirina e detersivo per piatti. È notte fonda e sono riverso in un bagno di sudore, con gli occhi sbarrati sul soffitto, ma almeno sono riuscito a non emettere neanche un suono: Michela dorme ancora accanto a me, rannicchiata sul fianco preferito.
Mi passo le mani sul viso e spingo i pollici contro le palpebre ma non serve: la faccia di Nocera mi incombe ancora addosso, come un presagio di morte. Lui e i suoi occhialetti di plastica da giovane alternativo, glieli farei ingoiare a forza, insieme ai sogghigni nella pausa caffè e alle pacche sulle spalle dopo le riunioni, che riescono sempre a farmi sembrare un pischello anche se c’ho già ventinove anni, di cui gli ultimi cinque spesi alle dipendenze di ‘sto stronzo, che pure in sogno viene a perseguitarmi.

I fari delle macchine di passaggio si riflettono ritmici, contro le persiane della porta finestra: fasci di luce che mi illuminano i piedi e il viso, prima di liquefarsi nel nero della stanza. Mi metto a contarli, sperando di prendere di nuovo sonno, ma è una pia illusione.
Quinta notte in bianco e un altro giorno d’agonia di fronte: la mia angoscia porta la data di scadenza del 31 marzo. La fine del contratto a progetto, della spada di Damocle sopra la testa, delle mie giornate retribuite.
Per allora sarò libero, comunque vadano le cose, e potrò smetterla di esercitarmi in sonno per la maratona nel corridoio dell’ufficio del capo. Dovrei solo abituarmi all’ansia, in fondo ho già superato quattro rinnovi, posso definirmi un veterano del precariato, dovrei stare tranquillo e anzi, a dirla tutta, dovrei già essermi trovato un santo in paradiso che mi togliesse da ‘sta situazione.

Invece ogni volta vado in tilt: mi passa l’appetito, arrivano insonnia e manie di persecuzione, e i sogni, quelli sono l’aspetto peggiore di tutta la vicenda. Stanotte ho guardato il tritadocumenti dell’ufficio che si mangiava lentamente tutta la mia cartellina, la mia patetica storia di dipendente: i contratti, le visite mediche obbligatorie, i certificati dei permessi e l’autorizzazione per un giorno o due di ferie. Li ho visti ridotti a brandelli, mentre Nocera rideva e la Carla si applicava lo smalto trasparente: li ho osservati scomparire nel cestino della carta straccia, mentre il Paolini s’affacciava per domandare una spillatrice, una piccola cortesia, la nostra se l’è fregata la donna delle pulizie – un’altra volta, Paoli’, stateci un po’ più attenti, toccherà istallare le telecamere per scoprire il ladro. E mentre il ronzio del tritadocumenti sommergeva la mia voce, stanotte, mi sono sentito dare del bugiardo al collega: ruberesti anche la fotocopiatrice se non l’avessero imbullonata al pavimento!
Ho urlato così tanto da ritrovarmi sveglio, con la bocca spalancata e muta contro il lenzuolo. Meno male che di colpo il sonno mi cala addosso pietoso, mi avvolge nelle sue spire, mi tiene un altro po’ con sé, prima di consegnarmi a un nuovo giorno.
Sono le sette del 30 marzo. Mi restano 48 ore.

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